
1o classificato
disegni di
Emanuela Pizzolo
testi di
Floriana Tusino
LA FORZA DI RICOMINCIARE
Alice, essendosi svegliata molto presto, decise di andare in garage a fugare tra tutte quelle cianfrusaglie che mamma e papà si ostinavano a non buttare. Guardando qua e là, rimase colpita da un quadernetto, forse un diario, tutto impolverato e sgualcito. Si sedette su una vecchia sedia a dondolo e cominciò a sfogliarlo, scelse una pagina a caso:
16 Ottobre 1983
Caro diario,
da un mese mi trovo nella nuova scuola e le cose non vanno affatto bene. Mi manca la mia vecchia vita, qui è tutto diverso, un piccolo paesino, chiuso nella sua gretta mentalità e diffidente verso chi viene da fuori. Tutti mi evitano e io mi sento un pesce fuor d’acqua. In classe vorrei essere trasparente, infatti ho scelto un banchetto piuttosto isolato e nessuno si è seduto accanto a me. Il momento che detesto di più è l’interrogazione perché sono costretta ad alzarmi, so che tutti stanno guardando me e fatico a sostenere il loro sguardo. Durante la ricreazione rimango sola in classe, anche se non sono io a non voler condividere dei momenti in compagnia. Proprio ieri due mie compagne stavano discutendo di un libro e siccome era proprio il mio preferito ho tentato di inserirmi nella discussione, ma loro si sono allontanate infastidite. È stato terribile. A scuola vado bene, d’altronde il pomeriggio non ho molto da fare così cerco di occupare il mio tempo studiando. Mi chiedo perché io non possa avere un’adolescenza spensierata come le mie coetanee, che già parlano di baci, reggiseni e cose simili. I miei mi hanno regalato un cellulare per chiamarli quando, dicono, andrò al cinema con gli amici, ma non sanno che non ho amici. A volte penso che il problema sia io... come si potrebbe spiegare tutto questo altrimenti? Mi sento molto sola, vorrei avere almeno un amico con cui condividere questi miei pensieri, invece non posso far altro che riversare tutto su delle pagine bianche, inanimate e fredde. Ho deciso di parlane con mamma e papà perché mi hanno sempre abituata ad un rapporto basato su dialogo e fiducia reciproci. A domani, con affetto C.
Alice pensò a che senso di vuoto e solitudine dovesse provare quella povera ragazza. Le persone quando vogliono sanno essere proprio crudeli. Si trattava di un accanimento davvero inspiegabile. Provò ad immaginare di chi potesse essere il diario, l’unico indizio era che questa persona misteriosa era una ragazza che si firmava C, ma poteva trattarsi benissimo di un soprannome. Era troppo curiosa quindi riprese a sfogliare le pagine:
23 Novembre 1983
Caro diario,
oggi ho scoperto che al peggio non c’è mai fine! Ufficialmente il 23 Novembre 1983 è stato il più brutto giorno di tutta la mia vita: come al solito ho preso l’autobus, ma stranamente l’itinerario era diverso. Ad una nuova fermata è salito un gruppetto di ragazzi poco più grandi di me, ho notato che mi guardavano e ridacchiavano, ma sul momento ho creduto che fosse solo una mia impressione. Ho rivolto lo sguardo verso il finestrino per contemplare il paesaggio che mi sfrecciava accanto, quando ho cominciato a sentire appellativi poco gradevoli provenire proprio dalla direzione di quel gruppetto. Perché avrebbero dovuto insultarmi se nemmeno mi conoscono? Spero che si tratti solo di una mia stupida sensazione, mi rendo conto che sto diventando paranoica. Sono quasi due mesi che vivo isolata e inizio a temere il contatto con le persone, tu caro diario stai diventando la mia unica valvola di sfogo. Ora è meglio che vada a cena. A presto C.
Alice si stava appassionando alla storia, voleva sapere a tutti i costi quali sarebbero state le sorti di quell’adolescente così sfortunata, certo pensare che si trattasse di vita reale e non di un racconto di fantasia era piuttosto preoccupante, girò con foga un paio di pagine e ricominciò a leggere:
20 Dicembre 1983
Caro diario,
è passato quasi un mese da quella maledetta mattina in cui la mia vita è precipitata in un tunnel nero senza uscita, sembra un incubo, ma purtroppo è la cruda realtà. Perché la vita è stata così ingiusta con me? Cosa ho sbagliato? Cosa c’è in me che non va? È tanto divertente torturare le persone e rendere loro la vita impossibile? Li odio, li odio, lo giuro! Desidererei che sparissero per sempre dalla faccia della terra! Non era un film che mi ero creata nella mia testa, ero io il bersaglio dei loro insulti. Tento sempre di sedermi il più lontano possibile da loro e mi faccio piccola piccola su quel sedile. Sembra proprio che non aspettino altro che versarmi addosso tutta la dose dei loro insulti quotidiani. Gli altri ragazzini nel pulmino fingono di non vedere né sentire, eppure sono certa che tutti si accorgono di quanto avviene. Trattenere le lacrime diventa sempre più difficile, io ho una dignità, un orgoglio e loro si divertono a calpestarli. Mi ripeto che un giorno o l’altro tutta questa assurdità finirà. Devo trovare la forza in me stessa e nella mia famiglia per andare avanti; so che i miei si sono accorti che c’è qualcosa che non va, non sono mai stata una ragazza estroversa o esuberante ma inevitabilmente la sofferenza che provo si legge chiara sul mio volto. L’altra sera li ho sentiti parlare e so che il papà è deciso ad affrontare l’argomento questa sera a cena. Domani ti aggiornerò, ora vado C.
Alice aveva le guance rigate dalle lacrime, provava a immaginare cosa avrebbe fatto se si fosse trovata lei in quella situazione, è difficile dire come è giusto comportarsi, quelle persone spregevoli fanno leva sulle debolezze e i timori degli altri, tentano di distruggerti psicologicamente e in quel momento godono sentendosi infinitamente forti e superiori. Voltò pagina e lesse:
21 Dicembre 1983
Caro diario,
ieri ho parlato con mamma e papà, ora sanno che a scuola tutti mi evitavano e nessuno vuole essere mio amico, che dal primo giorno nessuno mi ha rivolto un sorriso o una parola gentile, che sull’autobus dei ragazzi più grandi mi prendono in giro e addirittura ultimamente agli insulti si sono aggiunti i dispetti, le spinte, i ricatti, le minacce. Ho confessato di non aver dimenticato il cellulare sull’autobus ma sono stati loro a prenderselo, così come la merenda ogni giorno o il portachiavi. Quella volta che sono tornata a casa con una gomma da masticare tra i capelli e la mamma è stata costretta a tagliarne una ciocca, non si era attaccata per caso, ma erano stati sempre loro. Ovviamente sono rimasti molto scossi. Insieme abbiamo pensato a una soluzione. Papà fremeva dalla voglia di dar loro una bella lezione, la mamma era in uno stato di shock e non riusciva a credere che dei ragazzini potessero essere tanto cattivi. Io ho subito messo in chiaro che non voglio passare per la mocciosetta che si fa difendere ancora dai genitori. Mi hanno rassicurato che faranno tutto ciò che desidero (l’importante è che questa storia finisca), poi mi hanno abbracciato tanto forte da togliermi il respiro. Dopo siamo andati a dormire, ognuno con i propri pensieri. Ho sentito Ia mamma piangere e so che papà non ha chiuso occhio. Quando mi sono svegliata ho deciso che avrei risposto per le rime a quei ragazzacci. Gli insulti sono arrivati regolari come sempre, ma questa volta mi sono girata verso di loro e tentando di apparire sicura ho detto: “Basta, per favore! Lasciatemi in pace, lo scherzo è bello quando dura poco”. Non appena mi sono girata hanno cominciato a ridere esageratamente forte e a fare cori poco educati, da un lato avrei voluto dissolvermi nel nulla, dall’altro alzarmi e spaccar loro il naso con un pugno. Ho notato che uno del gruppetto non aveva inveito contro di me. Forse qualcuno comincia a non trovare più tanto divertente questo gioco?! Lo spero con tutto il cuore ma non voglio farmi illusioni! Di sera papà ci ha comunicato che il capo gli ha accordato il permesso di iniziare a lavorare mezz’ora dopo, così può accompagnarmi a scuola e non sono più costretta a prender quel maledetto autobus. L’ho abbracciato e ringraziato mille volte poi gli ho raccontato che la mattina avevo trovato il coraggio di rispondere a quei cretini. Risolto il problema dei bulletti rimane il problema dei miei compagni di classe, ma questa è tutta un’altra storia, farò in modo di rompere il muro che ci separa!! A presto C.
Alice si sentiva davvero felice e ammirava la misteriosa C. e la sua famiglia, insieme avevano trovato il modo di uscire da un incubo. Aveva imparato un’importante lezione. È possibile superare qualunque ostacolo, anche il più insormontabile, con grande volontà e forza d’animo e proprio quando sembra di essere caduti in un baratro senza fine, ecco che qualcuno ci afferra e ci riporta alla vita. Nessuno ha il diritto di rovinare la vita degli altri, anche chi crede di essere invincibile o il migliore prima o poi sarà debole e vulnerabile e avrà bisogno di qualcuno pronto a prendersi cura di lui. Chi vuole prevaricare l’altro è solo perché ha bisogno di sentirsi forte quando in realtà si sente una nullità, infatti prendersela con chi è debole è sintomo della più grande insicurezza.
Andrea


