
1o classificato
disegni di
Valentina Pirozzi
testi di
Francesca Baldini
L’ULTIMA LETTERA
Cari mamma e papà, cari amici, cari insegnanti, cara Maria,
Come sono arrivato a questo? lo, che sono sempre stato un ragazzo così serio, un po’ timido forse e molto sensibile, amante degli animali, della natura e soprattutto della vita, con un solo piccolo particolare, che mi ha sempre distinto da tutti voi: essere gay.
All’inizio sapevo che avrei trovato difficoltà ad essere accettato, dalla mia famiglia e dai miei amici, per un attimo ho anche pensato di potercela fare, fino a quando non sei arrivata tu: Maria.
Eri nuova a scuola, avevi un anno più di me; alta e molto carina, con i capelli corti e uno sguardo che spaventava chiunque. Non sei mai stata il tipo di ragazza da mini gonne e magliette attillate, ma piuttosto da pantaloni calati e da borchie sui polsi.
Ti ricordi quella mattina, arrivai a scuola in anticipo, avevo un nuovo paio di pantaloni rosa, e ti vidi, seduta sotto un albero a fumare. Eri talmente immersa nei tuoi pensieri che non facesti quasi caso a me. Mi sedetti, poco più distante da te e iniziai a leggere la mia rivista preferita. Senza accorgermene però, ti avvicinasti dicendo: “Ho sentito parlare di te sai? Tu sei il ragazzo culattone della 3A, vero? Ti ho riconosciuto dai pantaloni, solo un finocchio come te l’indosserebbe. Non credi?”. Odiavo quando qualcuno mi dava dei nomignoli, ma non ebbi il coraggio di risponderti, così rimasi in silenzio, anche quando feci cadere la cenere della sigaretta sui pantaloni.
“Una domanda... Ma in bagno, voi gay, vi sedete come noi ragazze o la fate in piedi?”, e ti allontanasti ridendo, mentre io in lacrime, ripensai alle tue bruttissime parole e a come una persona possa ferire qualcuno con così tanta naturalezza.
Da quel giorno iniziarono le prese in giro, i nomignoli e più tu andavi avanti più le persone a cui volevo bene si allontanavano da me e si univano a te. Così iniziai ad isolarmi, a sentirmi sempre più diverso dagli altri, ad uscire di casa solo per andare a scuola. Persi tutta la mia autostima, mi sentivo sempre a disagio davanti alle persone e incominciai a credere che non ci fosse spazio per uno come me nel mondo.
A scuola avevo sempre avuto buoni voti e i professori erano sempre stati fieri di me, per questo mi piaceva andarci ed avere grandi aspirazioni per il futuro, volevo fare il medico e, proprio come i miei genitori, volevo aiutare le persone, ma da quando sei arrivata tu, non è stato più così. Non ho più avuto aspirazioni, né buoni voti a scuola, ma solo immagini di persone che mi deridevano per il solo motivo di essere gay.
Pian piano, però, iniziai a non dare più peso alle parole della gente, incominciai ad ignorarli e quasi ci riuscii, almeno fino a quando una mattina tu, Maria, mi seguisti in bagno e mi costringesti, con un coltellino, ad indossare un vestitino azzurro con una scritta sulla schiena “Date un calcio al primo finocchio che vedete” e a girare per tutta la scuola, con i miei vecchi amici che mi guardavano. E in cuor mio ho sempre pregato in un aiuto da parte vostra, un aiuto mai arrivato. I professori non riuscirono a punire nessuno: né una punizione, né un richiamo, né una sospensione ti fu assegnata, per il solo motivo che nessuno aveva il coraggio di dire che dietro a tutto questo c’era la ragazza nuova. Non mi scorderò mai quella sera: quanto piansi e quanto bevvi.
Fino a quel momento, avevo sempre pensato che l’alcool non risolvesse i brutti momenti della vita, ma che il rimedio migliore fosse un abbraccio da parte di qualcuno che tiene a te, ma d’altronde io non avevo più nessuno da poter abbracciare, o con cui potermi confidare. Ero rimasto solo.
I miei genitori sono sempre stati all’oscuro di tutto, ma come facevano a sapere, se non erano mai in casa, se erano troppo occupati ad aiutare la gente invece che il proprio figlio?
Ed ora sono qui, in camera mia, a rimpiangere di essere nato, di essere gay, con gli stessi pantaloni di quando Maria mi parlò per la prima volta, con una penna in mano e una lettera in un’altra; una lettera per me stesso, per non essere stato coraggioso quando avrei dovuto esserlo; per i miei genitori, per la loro assenza; per i miei insegnanti, per l’aiuto che non sono riusciti a darmi; per i miei amici, quelli che credevo fossero speciali, che non mi hanno mai difeso e, anzi, mi hanno solo deriso; e anche per te Maria, che sei riuscita a distruggere la mia vita. La vita di un sedicenne che non ha saputo combattere contro le ingiustizie, che non ha saputo gridare aiuto quando ne aveva bisogno. La vita di un ragazzo finocchio che non ha saputo vivere.
Scrivo questa lettera a tutti voi, alla vostra ignoranza, non per darvi una colpa, perché la colpa di tutto questo è solo mia, ma per darvi delle risposte. Risposte alla mia storia, che terminerà con questa ultima lettera, con queste ultime parole, con queste ultime lacrime e con questo ultimo sorriso. Un sorriso felice perché so che quando leggerete questa lettera, finalmente, non sarò più solo.
Andrea


